Di che materia sono fatti i sogni? Non ha una risposta chiara, ma sa che è qualcosa di impalpabile, come i ricordi del suo passato. Quando dorme gli sembra quasi di poterli afferrare, ma quando si sveglia sono di nuovo diventati indistinti come fossero avvolti dalla nebbia e destinati a svanire quando la nebbia si dissipa al primo sole. Per anni non si è posto domande sulla sua vita, sul suo passato, sulle cose che gli facevano fare, tutto sembrava semplicemente giusto e naturale, ma ora quelle domande sono arrivate a tormentarlo con l’irruenza di un fiume in piena ed improvvisamente nulla è sembrato più così naturale e così giusto. Ora prova rimorsi e sensi di colpa e deve sapere chi è, se c’è qualcosa di più di una fredda macchina di morte dietro la fredda maschera del Soldato d’Inverno.

Non importa quale sarà il prezzo da pagare, deve sapere la verità, deve sapere quanto è responsabile.

 

 

DOSSIER SOLDATO D’INVERNO

 

EPILOGO DUE

 

UN UOMO NON UN SOLDATO

 

di

Carlo Monni & Carmelo Mobilia

 

 

Brighton Beach, Brooklyn, New York.

 

 

L’ultima volta che questi due uomini avevano collaborato era il 2 maggio del ’45. Nelle loro identità civili Steve Rogers e Bucky Barnes erano stati mandati in incognito in un’isola del Canale della Manica per impedire il furto di un aereo militare radiocomandato da una base militare alleata. Anche oggi come allora, anche se era passata parecchia acqua sotto i ponti, erano di nuovo insieme e si preparavano ad entrare furtivamente dentro questa enorme villa sulla spiaggia che era stata il luogo da dove un potente boss mafioso russo dirigeva i suoi affari, prima che i proiettili del Punitore ne troncassero la vita, e che ora era divenuta di proprietà di un boss della finanza e dell’industria, anch’egli russo. Anche un terzo uomo era passato di lì, sia pure per breve tempo: Nikolai Aleksandrevich Zakharov, generale fuggiasco dell’Esercito Russo, ospite del boss della Mafia Russa chiamato Ivan il Terribile quando questi era ancora proprietario della villa prima di cederla a Aleksandr Lukin in circostanze non del tutto chiare, ed era sempre in questa villa che Sharon Carter e Jack Monroe si erano recati in cerca di indizi, poco prima della loro misteriosa scomparsa.

Steve era anche totalmente consapevole del fatto che non sarebbe bastato un paio di occhiali ad impedire ad Aleksandr Lukin di riconoscerlo come l’uomo che aveva conosciuto col nome di Nathan Hale non molto tempo  prima a Montecarlo[1] e quindi un approccio diretto era sconsigliabile almeno per il momento. Si voltò verso il suo compagno e cercò di non mostrare la preoccupazione che in realtà provava.

Aveva elaborato un piano ed insieme al suo compagno d’avventure si trovava in una postazione nascosta davanti a quella villa. Aveva atteso pazientemente che Lukin uscisse per andare al lavoro e si era assicurato che anche i domestici fossero fuori. La fortuna gli aveva arriso perché doveva essere il loro giorno libero.

<Ok Soldato, è il momento. Io mi occupo del lato nord, tu di quello sud. Mi raccomando, nell’eventualità trovassi delle guardie all’interno non devi, ripeto NON devi assolutamente eliminarle. Non sei autorizzato a nessun uso di forza letale, chiaro?>

<Si signore. > rispose Bucky , con voce fredda. La sua amnesia gli impediva di ricordare i suoi precedenti al fianco dell’ex Capitan America, tuttavia dentro di se trovava confortevole e stranamente familiare prendere ordini da lui. In breve i due si divisero e andarono verso il proprio obiettivo. Inguainato nella sua tuta da supersoldato, Steve non ci mise molto a saltare sul muro di cinta. Gli strumenti forniti da Amadeus Cho, nuovo acquisto della scuderia di Fury, disabilitarono ogni possibile sistema d’allarme e fecero sì che le eventuali telecamere nascoste riprendessero solo il solito panorama senza dar conto della sua presenza. Steve non era sicuro di come ciò fosse possibile e non gli interessava in fondo: quello che era importante era che la cosa funzionasse.

Neanche mettere a dormire i cani gli portò via troppo tempo, meraviglie della tecnologia moderna.  In pochi istanti Steve fu davanti al portone e poté mettere  a frutto le sue abilità di scassinatore: la serratura cedette facilmente e lui poté entrare consapevole che le eventuali telecamere interne avrebbero ripreso solo la casa vuota. La cosa lo mise un po’ a disagio: dopo tutti gli anni passati dal suo risveglio non si era ancora abituato a meraviglie che ai suoi tempi erano riservate alle riviste di fantascienza.

Anche Bucky, muovendosi con la medesima abilità e destrezza, entrò nella villa, ma forzando una finestra. Sebbene avesse passato interi decenni chiuso dentro un crio-contenitore, azioni come questa gli venivano naturali come respirare. Erano l’unica parte della sua vita che riusciva a ricordare. In breve, i due si misero alla ricerca del più minimo indizio relativo ad un eventuale passaggio di Sharon e Jack. Steve doveva riconoscere che Fury ci aveva visto giusto nel volergli affiancare Bucky; in due perlustrarono l’enorme villa in meno tempo di quanto ce ne sarebbe voluto se fosse venuto da solo, tuttavia, nonostante i loro meticolosi sforzi, la perquisizione accurata non diede frutti.  S’incontrarono nel soggiorno.

<Niente?>

<Nulla, comandante. La villa è pulita.>

<Già, troppo pulita. O questo Lukin non c’entra davvero, oppure è molto, molto bravo.>

Steve rifletté su quanto sapeva su di lui: sembrava del tutto estraneo sia ai traffici di Ivan che alle contorte manovre di Zakharov, apparentemente non era nulla più che un comune oligarca russo dalla ricchezza sfacciata ma tutti e tre erano russi ed erano stati nell’Esercito e forse avevano legami con i servizi segreti russi. La possibilità di un collegamento, per quanto labile, non poteva essere trascurata.

Mentre lui rimuginava, Bucky andò verso il centro della stanza.

<Cos’hai visto?> gli domandò Steve.

<Era ... era qui, seduto in quella poltrona, quando gli ho sparato. Zakharov, intendo. Mi è stato ordinato di farlo e io gli ho sparato, proprio da questo punto. E c’èra un altro uomo con lui che...> si portò istantaneamente una mano alla tempia, come se avesse avvertito una fitta. Steve era presente l’ultima volta che aveva provato a farlo, ed in quell’occasione il ragazzo ebbe una crisi. Non voleva che la cosa si ripetesse.

<Calma soldato. Riposo. Non c’è bisogno che ti sforzi di ricordare. Vedrai che col tempo riuscirai a mettere a fuoco tutto.> Questo confermava i loro sospetti:  Zakharov era stato di nuovo ospite della villa dopo che Natasha l’aveva incontrato, e qualcuno lo aveva fatto eliminare proprio lì, dunque chiunque fosse l’uomo visto dalla Vedova Nera non era il vero Zakharov; qualcuno si stava spacciando per lui. Ma chi? E chi aveva impartito l’ordine al soldato d’inverno di eliminarlo? Uno degli uomini di Ivan il Terribile? Ed era successo prima o dopo che Lukin era subentrato nella villa? Tanti misteri su cui bisogna far luce. Comunque, restare lì era ormai inutile: del falso Zakharov non c’era più traccia e nemmeno di un suo ritorno, e Steve dubitava Jack e Sharon potessero essere stati catturati proprio lì. Naturalmente questo non escludeva che fossero venuti e che Lukin ne sapesse qualcosa. Sarebbe stato il caso di chiederglielo di persona.

<Vieni, usciamo di qui. La missione è conclusa.> disse Steve e, silenziosi com’erano entrati, i due supersoldati uscirono dalla villa senza lasciare alcuna traccia del loro passaggio.

 

 

Sede della Kronas Inc. Manhattan.

 

Aleksandr Lukin, Presidente della Kronas Inc, una delle più importanti multinazionali russe, rientrò nel suo ufficio dopo un’estenuante riunione riguardante la sua più recente acquisizione. Tutto quel chiacchierare finanziario lo annoiava: degli ultimi dettagli tecnici si sarebbero occupati i suoi legali e funzionari finanziari e magari si sarebbero pure divertiti… loro.

Si era appena seduto sulla sua comoda poltrona executive in pelle nera che sentì qualcosa vicino alla sua tempia destra ed una voce di donna dire in Russo:

<Non muoverti Aleksandr Vassilievich o potrebbe essere l’ultimo gesto della tua vita.>

Dopo un’iniziale sorpresa, Lukin sembrò rilassarsi ed abbozzò perfino un sorriso.

<Tenente Belova…> disse nella stessa lingua, cercando di mostrarsi calmo <…la migliore allieva della Stanza Rossa… dopo Natalia Alianovna[2] naturalmente. Cosa fai qui? Lavori sempre per il G.R.U.[3] anche dopo la caduta del tuo mentore Stalyenko?>

La sua interlocutrice si mosse mettendosi davanti alla scrivania e rivelandosi come una giovane donna bionda, dimostrava a stento vent’anni e l’aspetto da ragazzina era controbilanciato da uno sguardo duro e due occhi di ghiaccio dal colore blu intenso. Indossava una tuta aderente nera che le lasciava scoperto l’ombelico e le disegnava perfettamente ogni curva del suo corpo snello in un modo che avrebbe fatto bollire il sangue di un uomo ben più morigerato di quanto Lukin fosse. In vita indossava una cintura dorata ed ai polsi aveva degli elaborati bracciali anch’essi dorati. Su ogni bracciale c’erano delle bocchette da una delle quali sarebbe uscito un filo sottilissimo ma più resistente dell’acciaio e dall’altra sarebbe stato spruzzato un veleno micidiale che a seconda dell’intensità avrebbe potuto stordire o uccidere la vittima.

Il braccio destro di Yelena Belova era puntato dritto in faccia a Lukin e per quanto ne sapeva lui l’intensità del veleno era regolata su “letale”. Ciò nonostante si sforzò di mantenersi calmo.

<Non hai paura, generale?> gli chiese la ragazza sottolineando intenzionalmente il vecchio grado militare dell’altro.

<Perché dovrei averne?> replicò Lukin <Tu sei la Vedova Nera, la più letale assassina dei servizi segreti russi, se mi volessi uccidere io o chiunque altro non saremmo in grado di impedirtelo… e se davvero volessi uccidermi sarei già morto, quindi non è quello che vuoi.  Cosa cerchi, allora, da questo tuo povero compatriota?>

La Giovane Vedova Nera fece una smorfia che si mutò in un sorriso, un evento raro in quel bel viso di solito perennemente imbronciato.

<Tu povero non lo sarai mai Aleksandr Vassilievich.> replicò.

<Non essere così formale puoi chiamarmi Alek. Di solito non è un privilegio che concedo facilmente ma per te faccio volentieri un’eccezione…. Yelena.>

Il viso di Yelena riprese il solito broncio mentre replicava brusca:

<Voglio informazioni, generale,e tu mi dirai tutto quel che sai. >

Estrasse dalla cintura una foto e la porse a Lukin che la studiò interessato: ritraeva una giovane donna bionda con dei profondi occhi azzurri e l’espressione dura e triste al tempo stesso come di chi ne ha passate troppe.

<Bella donna.> commentò Lukin con un sorriso mefistofelico <Ti somiglia un po’ sai? Ma è troppo giovane per essere tua madre ... no, non è così vecchia, ma potrebbe essere la tua sorella maggiore.>

Gli occhi di Yelena sembrarono mandare lampi e le sue labbra sembrarono tremare mentre strappava di mano la foto a Lukin.

<Basta con gli scherzi.> ribatté <L’hai vista? È venuta qui o alla tua villa a farti domande?>

Lukin scosse il capo e rispose:

<No: se avessi incontrato una donna così bella me lo ricorderei sicuramente. Non è mai venuta né qui né alla villa. Ora dimmi: perché la cerchi e perché collabori con lo S.H.I.E.L.D.?>

Ora fu la volta della Giovane Vedova Nera di restare a bocca aperta dalla sorpresa.

<Come fai a…>

<Posso sembrarti un imbolsito uomo d’affari adesso, ma non dimenticarti chi ero, tenente. Ho avuto qualche esperienza di intelligence.  Posso non aver mai incontrato questa donna, ma ciò non significa che non sappia chi è: Sharon Carter, è stata per un breve periodo Direttore dello S.H.I.E.L.D. mentre Nick Fury era dato per morto. La sua foto è anche apparsa sui giornali, il che non è bene per un agente segreto, non credi?>

Nessuna risposta.

<Se tu la cerchi, vuol dire che è scomparsa.> insistette Lukin <Se è così, la cosa deve essere seria. Perché avrebbe dovuto cercarmi? Di cosa avrebbe dovuto sperare che fossi al corrente?>

Yelena rimase ancora in silenzio, poi sembrò prendere una decisione e disse una sola parola:

<Zakharov.>

Per la prima volta l’aplomb di Lukin sembrò vacillare. Per poco il bicchiere di whisky che impugnava non gli sfuggì dalle mani ed alcune gocce finirono sulla preziosa moquette.

<Zakharov…> ripeté pensoso <Perché cercate quel… quel macellaio?>

<Dopo il disastro di Sudhek[4] si è rifugiato qui in America, ma ne abbiamo perso le tracce. Sappiamo che aveva contatti con Ivan il Terribile e Ivan era il precedente proprietario della tua villa. Zakharov è stato suo ospite lì.>

<E voi pensavate che potesse esserci tornato ed io l’avessi aiutato? Capisco. Spiacente di deludervi, ma non vedo quel figlio di puttana da anni ormai e me ne sono tenuto lontano ben volentieri. Quell’uomo era pazzo. Non mi sorprende sapere che avesse contatti con Ivan il Terribile, l’avrà conosciuto quando lui era nel KGB.>

<Perché parli di Zakharov al passato?> gli chiese, dubbiosa, Yelena <Sai qualcosa che dovrei sapere anch’io?>

Lukin si riempì un altro bicchiere, stavolta di vodka, e lo vuotò tutto d’un fiato

<Niente affatto.> ribadì con forza <Non vedo Zakharov da anni. Fossi in te, starei lontano da lui Vedova… quell’uomo era… è pericoloso anche per una come te.>

<Me lo ricorderò… Ora scusami generale, ma ho da fare.>

<Aspetta… siamo due russi soli nella tentacolare metropoli, capitale del capitalismo americano. Io dico che dovremmo essere solidali. Che ne dici di vederci stasera a cena?>

Yelena rimase silenziosa per un po’, poi disse:

<Perché no? Stasera alle 8 qui sotto>

E senza dire altro, la vedova Nera aprì la finestra e si gettò nel vuoto senza badare al fatto che era il trentesimo piano.

Lukin andò alla scrivania e premette un pulsante, meno di due minuti dopo da una porta mimetizzata nella parete entrò il suo braccio destro Lev Ilich Kuryakin, detto Leon.

<Che succede?> chiese, andando dritto al punto.

<La Belova è stata qui.> rispose Lukin.

<Cosa? Come ha fatto?>

Lukin si strinse nelle spalle come se il fatto che la ragazza avesse facilmente superato i sistemi di sicurezza dell’edificio e fosse giunta vicinissima a poterlo uccidere non lo turbasse più di tanto.

<Ha importanza?> ribatté.

<Dovrebbe averne. Abbiamo il miglior sistema di sicurezza che i soldi possano comprare e lei l’ha superato senza sforzo.  Dovresti essere preoccupato. Io lo sono.>

<Dubito che esistano sistemi di sicurezza davvero a prova degli allievi della Stanza Rossa. Tu lo credi?>

<No, forse, no. Ma, a parte questo,  perché era qui? Forse sa che…>

<Non sa niente.> replicò Lukin con sicurezza <Non immagina che sappiamo della squadra segreta di cui fa parte e non sa nemmeno dei nostri piani. È venuta qui perché sapeva che ho acquistato la mia villa da Ivan il Terribile e Ivan ha aiutato Zakharov ad espatriare negli Stati Uniti. Sperava che Sharon Carter fosse venuta a farmi domande. Pare sia sparita mentre stava cercando Zakharov.>

<Possono cercarlo quanto vogliono, troveranno solo un cadavere.> Leon si interruppe perplesso <Ma con Zakharov morto, chi l’ha fatta sparire e perché?>

<È esattamente quello che voglio scoprire. Non mi piace che qualcuno possa sospettare che sia coinvolto nella sparizione di un agente dello S.H.I.E.L.D. … specie se non lo sono. Può rovinarmi gli affari. Abbiamo sempre quei contatti nella Organizatsiya[5] mi auguro .>

<Ovviamente.>

<Bene. Usali se necessario. Voglio sapere tutto di questa storia e voglio le risposte il prima possibile.>

<E poi?>

<E poi sistemeremo la faccenda nel modo migliore … per noi.>

 

 

Un luogo segreto.[6]

 

Sharon Carter sbatté gli occhi cercando di riprendere piena coscienza. Non sapeva quanto era stata svenuta, ma al momento non le importava: le bruciava troppo essersi fatta sorprendere come una novellina. Non era nemmeno riuscita ad avvicinarsi alla villa dove Natasha Romanoff aveva incontrato il generale Zakharov: qualcosa l’aveva colpita alla base del collo e da allora non ricordava più nulla. Bell’agente segreto che era , non era più neanche all’’altezza di insegnare alle reclute. Le avevano iniettato qualche droga, forse un derivato del curaro, i muscoli erano rimasti paralizzati ed ora li sentiva formicolare tutti. Le ci volle qualche istante per comprender di essere in una cella, un cubicolo di cemento per essere esatti, incatenata ad una parete come in un brutto film d’avventura. Era sola. Che fine aveva fatto Jack? Avevano preso anche lui? Lo tenevano da un’altra parte? Sentì il rumore di una porta che si apriva e l’oscurità fu rotta da una luce brillante che la costrinse a sbattere le palpebre più volte.

Quando mise a fuoco la vista davanti a lei c’era un uomo, se tale poteva chiamarsi. A prima vista poteva sembrare semplicemente grasso,ma guardandolo meglio si vedeva che sotto quella montagna di carne c’era una forza incrollabile. A Sharon ricordò la sola volta che aveva incontrato di persona Wilson Fisk, altrimenti noto come Kingpin.[7]

<Sai chi sono.> disse l’uomo. Non era una domanda ma piuttosto una constatazione.

<Nikolai Aleksandrevich Zakharov, già generale dell’Esercito Russo, attualmente in fuga, ricercato dal suo governo per attentato contro lo Stato.>

<Non è il mio governo: sono solo un branco di pappemolli senza spina dorsale e senza orgoglio.>

<ai tempi del compagno Breznev era molto meglio, immagino.>

L’uomo di nome Zakharov non mutò espressione mentre la colpiva con uno manrovescio. Non sembrava né arrabbiato, né infastidito, il suo viso era impassibile. L’Uomo di Pietra lo chiamavano e Sharon cominciava a capire perché.

Ripensò ancora a Kingpin. Lui e Zakharov si somigliavano molto a dire il vero, potevano sembrare quasi fratelli, ma c’era un particolare che li differenziava sensibilmente: negli occhi e nell’espressione di Zakharov c’era una sorta di vuoto, l’assenza di ogni emozione umana. Sharon capiva come ipotese incutere timore, perfino lei era spaventata, anche se sperava di non dimostrarlo.

<Lei non può capire, agente Carter…> disse col suo solito tono monocorde < Si, so chi è lei.   Purtroppo per lei, è piuttosto nota. Ci siamo anche quasi incontrati anni fa: ha interferito con una mia operazione nelle montagne dell’Afghanistan.>

Sharon spalancò gli occhi.

<Lei… era lì?>

<Non ufficialmente, ovviamente, e nemmeno lei del resto: all’epoca si diceva che fosse morta, ma… come dite voi americani… era una notizia esagerata.>

<Anche di lei dicono che sia morto.>

Zakharov sollevò appena un sopracciglio.

<Davvero? Interessante. In ogni caso non ti permetterò di interferire coi miei piani ancora una volta, donna. Credevi di potermi prendere di sorpresa, ma non era così facile vero? Sapevo che quella traditrice della Romanova avrebbe riferito a Fury di avermi incontrato qui a New York Mi aspettavo un intervento dello S.H.I.E.L.D. o della Sicurezza Interna americana. Una volta individuati te ed il tuo compagno è stato facile intrappolarvi.>

Quindi Jack era lì, prigioniero anche lui. Buon a sapersi. Non che saperlo cambiasse la sua situazione.

<Che intenzioni hai, Zakharov?>

<Una buona domanda, in effetti. Il mio paese… l’Unione Sovietica… era una potenza. La sua decadenza è insopportabile, piuttosto che vederla ridotta com’è ora, nelle mani i uomini meschini che inseguono solo i loro sogni di potere preferisco vederla bruciare.>

Che voleva dire? Una sottile vena di panico percorse tutta la schiena di Sharon.

<Qualunque cosa tu voglia fare, Zakharov,. Non funzionerà.>

<Vedremo. Nel frattempo, agente Carter mi dirai cosa sa dei miei piani lo S.H.I.E.L.D.>

<Se mi conosci davvero, Zakharov, dovresti sapere che la tortura non servirà a nulla con me.>

Il labbro superiore di Zakharov si mosse di appena guache millimetro, poi lui disse:

<Davvero? Sarà comunque un esperimento interessante scoprire quanto è alta la sua soglia del dolore, non crede agente Carter?>

Sharon non trovò nulla da replicare.

 

 

Quella sera, al “Gordon Ramsay at the London”, New York.

 

<Sono contento che hanno riaperto questo posto. Lo sapevi che qualche mese fa qui davanti hanno ucciso un uomo? Pareva fosse stato quel Vendicatore, Occhio di Falco ...> [8]

<Sai che se tenti qualche trucchetto strano, Lukin, tu potresti essere il secondo a lasciarci le penne, qui?>

<Mia cara, ti prego ... che battuta scontata. A questo punto, scommetto che sotto la lunga gonna di quel bel vestito hai una giarrettiera con fondina dove tieni una 38, ho indovinato?>

<Come hai detto tu oggi, sono la Vedova Nera ... non ho bisogno di una pistola per eliminarti.> disse Yelena con un sorriso malizioso.

<Come sei rigida, sempre sulla difensiva... dovresti cercare di essere più carina con me sai? Lo zio Alek ti ha portato un regalino che gradirai moltissimo ...>

<Prego?> domandò lei, stupita.

<Quest’oggi sei venuta da me a chiedere di Zakharov... con dei modi davvero bruschi, a dire il vero. La prossima volta vorrei che tu venissi da me entrando dalla porta principale ... e che mi vedessi come un amico, Yelena. Te l’ho detto, siamo stranieri in terra straniera... dobbiamo sostenerci a vicenda.>

<Dove vuoi arrivare?> chiese ancora, intuendo dove l’uomo volesse andare a parare.

Lukin tirò fuori dalla tasca interna della giacca una busta,  l’appoggiò sul tavolo e con il dito la fece scorrere verso la donna.  Yelena la prese e vi guardò all’interno e rimase sorpresa dal contenuto.

<Come ... le hai ottenute?>

<Sono uomo molto ricco... e ho ancora tanti amici nei servizi segreti… e non solo.>

<E perché mi vorresti fare questo regalo? Cosa ti aspetti in cambio?>

<In cambio? Niente ... te l’ho detto, vorrei solo che ti fidassi di me, tutto qui.  Inoltre, non voglio che nessun altro d’ora in poi mi possa collegare, anche lontanamente, a gente come lui o come il tuo ex mentore Stalyenko, solo a causa del mio passato. Fa parte di un’altra vita. Oggi sono solo un onesto uomo d’affari, Yelena. >

<E da oggi sono in debito con te, dico bene?>

Lukin prese il menù.

<Vogliamo ordinare? Ti consiglio il pesce ...>

 

 

Coney Island.

 

Il giovane seduto su una panchina guardava il Luna Park che aveva conosciuto tempi migliori. Sul suo viso un’espressione perplessa: chi era lui e perché questo posto gli era familiare, ma non com’era adesso, bensì come doveva essere quando era pieno di vita e di attrazioni sbalorditive per un bambino? Il suo sguardo si fissò sulle montagne russe e gli parve di vedere un uomo alto (ma non sono tutti alti gli adulti agli occhi di un bambino?) che teneva per mano un maschietto ed una femminuccia. L’uomo è in divisa dell’Esercito Americano, di quelle in uso negli anni 30 (e lui come fa a saperlo?), è in licenza, ha poco tempo da passare coi figli e vuole che si divertano. Sente la sua voce: “Jimmy, Becky, su… è ora di tornare a casa.”.

<Jimmy… James> sussurra quei nomi con voce incerta e la cosa lo sconcerta: lui non ha mai avuto incertezze, ha sempre saputo cosa doveva fare e lo ha fatto senza mai metterlo in discussione. Non ha mai pensato a chi fosse o a quale fosse il suo passato. Non ne sentiva il bisogno. Nelle ultime settimane tutto è cambiato, certe domande si sono affacciate nella sua mente e si è perfino accorto che adesso pensa in Inglese e se lo parla emerge un chiaro accento dell’Indiana, ma che ne sa lui dell’accento dell’Indiana? Aveva dato per scontato di essere Russo, ma ora sa di essere Americano. Quel tizio biondo, Steve, lo ha chiamato Bucky… James Buchanan Barnes. Quel nome gli viene alle labbra facilmente con familiarità. Il suo vero nome? Chi è veramente? Sospirando malinconicamente, si alzò dalla panchina e s’incamminò lungo il viale. Un giorno lo saprò, disse a se stesso.

 

 

Lee Academy. Connecticut.

 

<… e nella prossima lezione parleremo del ruolo di Picasso nell’arte moderna.  Studiate le pagine da…>

Il professor Steve Rogers si rese conto che le sue ultime parole non erano ascoltate da nessuno e scosse la testa con un mezzo sorriso. Con l’imminenza della chiusura estiva, il pensiero delle vacanze occupava la maggior parte dei pensieri degli allievi. Presto la scuola si sarebbe svuotata: niente più voci o risate, il parco sarebbe stato vuoto. Un po’ la cosa gli metteva tristezza: insegnare gli piaceva sul serio, avere a che fare con quei ragazzi e ragazze era un davvero più gratificante e talvolta più complicato ed arduo dello sventare i paini del Teschio Rosso . Non che gli sarebbero mancate cose da fare durante l’estate a cominciare dal ritrovare Sharon. Finora tutte le ricerche erano state vane, ma prima o poi qualcosa doveva saltar fuori, se lo sentiva.

Era appena uscito dall’edificio principale e stava percorrendo il vialetto che portava al parcheggio degli insegnanti quando vide un giovanotto dai capelli castani con un ciuffo ribelle sulla fronte. Indossava un giubbotto di pelle nera, T Shirt, ed un paio di jeans. Sembrava appena un po’ troppo vecchio per essere un allievo ed aveva un’aria leggermente spaesata come se trovarsi in un posto del genere fosse un’esperienza nuova per lui. Steve lo riconobbe immediatamente e gli si avvicinò sorridendo, ma con un velo di preoccupazione.

<Buck… cosa fai qui?>

<Il tuo amico Fury mi ha mandato a chiamarti. Pare ci siano novità sulla scomparsa della tua amica.>

<Fury avrebbe potuto telefonare.> replicò Steve un po’ seccato. Non era persuaso che Bucky fosse già pronto ad affrontare il mondo esterno, ma a quanto pare, Nick Fury non era della stessa idea.

<Oh ma a me fa piacere uscire, vedere gente...> disse Bucky, poi si soffermò a guardare la targa vicino al portone d’ingresso.

<Lee High School… non conoscevo un posto con un nome simile una volta?>

Steve sapeva che si riferiva a Camp Lehigh, il campo d’addestramento dell’Esercito in Virginia dove Bucky aveva passato la maggior parte della sua vita prima che arrivasse la guerra. I ricordi stavano tornando e questa era una cosa buona. Non passava giorno in cui Steve  non desiderasse possedere un modo più semplice e rapido per restituire i ricordi e la psiche di Bucky, invece di questo processo lento e doloroso, ma come si dice in certi casi, solo il tempo può guarire certe ferite.

<Era il vecchio nome di questo posto prima che lo ristrutturassero e ampliassero i corsi fino a comprendere anche le elementari.> Spiegò Steve <Hanno lasciato la vecchia targa per ricordo. Il posto di cui parli si chiama in modo un po’ diverso. Lo conosco, si trova molto più a sud, potrei accompagnatrici uno di questi giorni, se lo vuoi.>

<Si… forse.> rispose l’altro con aria un po’ dubbiosa.

<Ora dimmi che novità ci sono.>

<Non ne so molto.> rispose Bucky a bassa voce <Ti dirà tutto Fury, immagino.>

<Andiamo allora, non perdiamo tempo.>

 

 

Un complesso Militare Sovietico, Località segreta. Ottobre 1945

 

Il Maggior-Generale Vasily Karpov era chiaramente deluso.

<Ne è assolutamente sicuro Compagno professore?> chiese.

<Assolutamente si, Compagno Generale: abbiamo eseguito tutti i test possibili ed immaginabili ed alcuni li abbiamo inventati noi, non c’è modo di sbagliare: nel sangue del prigioniero, in tutto il suo corpo non c’è alcuna traccia del cosiddetto siero del supersoldato o di qualunque altra sostanza estranea e per come la vedo io, non c’è mai stata.>

<Vuole forse dirmi che quel… quel ragazzino ha compiuto le imprese mirabolanti che gli ho visto fare solo grazie al suo addestramento? Non riesco a crederlo.>

<Eppure è così.> replicò lo scienziato <Magari ha una sorta di predisposizione naturale, ma nulla di più. Posso ripetere i test altre cento volte, può minacciarmi di spedirmi in un gulag siberiano, ma questo non muterà di una virgola la situazione.>

Karpov congedò lo scienziato e rimase da solo nel suo ufficio. Restò silenzioso per un po’, poi colpì con un pugno la scrivania e sbottò:

<Maledizione!>

Era così sicuro ed ora doveva affrontare il fallimento. Niente promozione questo era certo, forse l’avrebbero sbattuto in qualche oscura e sperduta guarnigione a fare del noioso lavoro d’ufficio. Doveva anche sbarazzarsi del prigioniero. Restituirlo agli Americani adesso era fuori questione: sarebbero nate troppe domande imbarazzanti. Peccato, però, sprecare quel superbo addestramento e quelle capacità di combattente… a meno che… un’idea attraversò la mente di Karpov. Poteva funzionare, doveva. La prima cosa da fare era una telefonata.

 

 

Base dei Vendicatori Segreti.

 

Steve Rogers, Yelena, Bucky e Amadeus Cho erano tutti al cospetto di Fury.

<Come hai detto che hai fatto ad ottenerle, Vedova?> domandò il colonnello.

<Lukin. Ho cenato con lui e ...>

<”Cenato” dici? Solo cenato?> domandò maliziosamente Amadeus Cho. Yelena gli tirò un pizzicotto fortissimo in un fianco e gli diede un’occhiataccia.

<Dicevo, mi ha fornito di queste informazioni come prova della sua buona fede e per mostrarmi che non fosse coinvolto. Gli credo.>

<Come avete letto nel mio rapporto...> intervenne Steve <… anche io e Buck non abbiamo trovato nulla nella sua villa. Tuttavia, visti i suoi trascorsi Lukin mi pare troppo pulito. Anche il modo in cui s’è procurato in così poco tempo tutte quelle informazioni su Zakharov ... mi puzza.>

<Forse, ma non è lui il nostro obiettivo primario al momento. Zakharov, o chiunque esso sia, ha la priorità.> sentenziò Fury.

<Mi domando chi diavolo possa essere a spacciarsi per lui...> chiese la Vedova Nera.

<L’Elenco è lungo. Io sospetto che si tratti del Camaleonte. Ho già avuto a che fare con lui, ed è in grado di ingannare chiunque.> le rispose l’ex Capitan America.

<Il ... Camaleonte?> domandò Bucky, incuriosito.

<Dmitri Smerdyakov, ex spia del KGB> intervenne Cho, e mentre digitava sulla tastiera del suo i-pod, le immagini apparivano sul monitor del computer principale. <Ha la capacità di assumere le sembianze di chiunque attraverso svariati mezzi. Si è trasferito da anni negli Stati Uniti d'America e utilizzò le sue abilità nei travestimenti per compiere furti e rapine o lavorando per conto di terzi.  E’ stato fermato in diverse occasioni dall’Uomo Ragno.>

<E chi è l’”Uomo Ragno”?> domandò ancora Bucky.

<Ah su di lui non abbiamo nulla. Ma è un tipo davvero ganzo.>

<Si in effetti, visti anche i trascorsi, è un’ipotesi plausibile... ma anche tralasciando lui, ci sono altre persone in grado di fare una cosa del genere. Comunque, a questo penseremo in seguito. Adesso dobbiamo pensare innanzi tutto a fermare il suo folle progetto.>

<Non temere Nick ... me ne occupo io, ho già un piano. Tu ha già mille altre cose a cui pensare ...>

<Già, quei bastardi dell’Hydra sono tornati a tormentarmi> disse passandosi la mano sul pungente mento mal rasato <Ma per qualsiasi tipo di supporto necessitiate chiedete pure al ragazzo> disse indicando Amadeus <Ha accesso ad ogni tecnologia dell’armamentario S.H.I.E.L.D. e può adeguarla alle vostre esigenze.>

<Ok squadra> disse Rogers assumendo un tono di comando <Non possiamo contare su Sharon e Jack, ma ci sono delle vite innocenti in gioco, dunque la situazione mi obbliga a convocare anche te in questa missione, Buck.>

<Come ci muoviamo?> rispose lui, senza la benché minima esitazione.

 

 

Un Ospedale S.H.I.EL.D. Località segreta.

 

La donna bionda che si faceva chiamare Kate Svenson si muoveva rapida e sicura per i corridoi. Stava cominciando a chiedersi se la riunione con tutti gli altri psichiatri sarebbe finita mai ed il tempo a sua disposizione stava per finire. Tra non molto la sua copertura sarebbe saltata ed avrebbero scoperto che le sue credenziali erano false … beh, non del tutto, a dire il vero: lei era davvero una bravissima psichiatra, solo che aveva scoperto da tempo un modo più rapido e divertente di fare quattrini. In un certo senso era un peccato che dovesse andarsene: la storia del Soldato d’Inverno era interessante e non le sarebbe dispiaciuto vedere come sarebbe andata a finire. Meglio non tirare troppo la corda, però. Doc Samson la stava fissando con aria sospettosa durante la riunione ed avrebbe potuto finire col riconoscerla nonostante il travestimento. Meglio pensare subito agli affari. Giunta davanti ad una porta chiusa la donna esitò un istante, poi con decisione la attraversò come se non esistesse per trovarsi all’interno di una specie di laboratorio. Se le informazioni che aveva avuto erano corrette era proprio lì che avrebbe trovato ciò che cercava e così fu, infatti. La donna strinse in mano una piccola fiala e sorrise, poi il suo corpo s’illuminò e la colonna di luce attraversò il soffitto scomparendo come se non fosse mai esistita.

 

 

 

Washington. Ambasciata Russa.

 

A volte basta poco a cambiare una fisionomia: un ciuffo di capelli riportato sopra la fronte, un paio d’occhiali con la montatura di tartaruga, un abito blu, una cravatta ed una postura leggermente diversa. Particolari, certo, ma a volte sufficienti a distrarre l’occhio, a non fargli cogliere somiglianze e connessioni.

Steve Rogers ne era ben consapevole: l’arte del travestimento era una delle cose che gli avevano insegnato nei lontani anni del suo addestramento come Capitan America e come in molte altre discipline lui ne era diventato maestro... una volta era riuscito persino a farla ad Amora l’Incantatrice, la dea asgardiana dell’Inganno.[9]  Oggi del riservato professore di storia dell’arte della Lee Academy non era rimasto più nulla: era bastato pettinarsi i capelli all’indietro e ordinarli col gel, far sparire gli occhiali, indossare uno smoking bianco e muoversi con un’andatura fiera, elegante e perfino un po’ altezzosa. La sua accompagnatrice, Yelena Belova, non poteva non compiacersi del cambiamento. Fu grazie alle false credenziali che s’era procurata tramite i soliti canali che riuscirono a farsi passare per il signore e la signora Protasov e a farsi invitare al ricevimento che si teneva qui in questa giornata. Non si teneva il conto dei numerosi ospiti internazionali che erano stati invitati quel giorno, praticamente l’intero corpo diplomatico accreditato a Washington ed un bel po’ di pezzi grossi del Dipartimento di Stato. Un party era sempre un party dopotutto anche per nazioni spesso ai ferri corti tra loro. C’era persino l’intera nazionale di pallacanestro russa, fresca vincitrice del bronzo alle olimpiadi, che doveva disputare una tournee di lusso nella “patria del basket”.

Il Soldato d’Inverno invece, grazie al suo addestramento specializzato, era riuscito a entrare di nascosto e osservava la scena lontano da occhi indiscreti; d’altronde aveva passato quasi tutta la sua vita di adulto a penetrare senza essere visto in ambasciate o consolati stranieri, ma era la prima volta che lo faceva per evitare che qualcuno venisse ucciso e non per eliminare un bersaglio o per rubare documenti riservati... e la cosa lo faceva sentire in qualche modo bene. Il suo comandate, quello “Steve” che continuava a riferirsi a lui come “Bucky” , era il genere di uomo che avresti seguito anche all’inferno, il tipo a cui affideresti la tua vita e, stando ai suoi discorsi, era proprio quello che avevano condiviso in passato.

 

Gli uomini di Zakharov non tardarono a farsi vedere, presentandosi con una raffica di mitra sul soffitto che scatenò il panico tra gli ospiti; i terroristi li obbligarono a radunarsi nell’immenso salone puntando su di loro le armi. Steve ed Yelena stettero alle loro richieste senza reagire o dare nell’occhio, in attesa del momento giusto in cui entrare in azione. Quello che sembrava essere il loro leader salì sopra il tavolo del buffet: era alto, molto grosso, aveva un fisico da culturista, e i capelli rasati e la cicatrice sul volto gli davano un’aria di aggressiva, tipica di un uomo pronto ad uccidere.

<Statemi tutti a sentire! Le vostre vite appartengono ai Lupi del Caucaso Siamo qui per far pagare al popolo russo il sangue versato in Cecenia. Non abbiamo dimenticato gli orrori che avete compiuto ai danni del nostro popolo. Oggi siamo qui per regolare i conti col passato! Abbiamo piazzato degli ordini esplosivi in tutto l’edificio. Al minimo accenno di reazione o di resistenza azionerò questo detonatore e andremo tutti al creatore!> disse mostrando il telecomando che impugnava nella mano sinistra. Diceva di chiamarsi Arbat e rivendicava l’onore della Cecenia, facendo riferimento agli orrori di quella guerra, ma Steve ed Yelena sapevano benissimo che si trattava di un bluff: quell’uomo era agli ordini di Zakharov, o meglio, di colui che si spacciava per il generale  Era arrivato il momento di passare all’azione:

<Ora.> disse sottovoce parlando nel suo comunicatore da polso, e pochi secondi dopo, le luci si spensero e l’intero edificio cadde nelle tenebre.

<NON MUOVETEVI!> gridò ancora il capo dei terroristi, sparando dei colpi in aria.

<Forse è solo un blackout.> azzardò uno dei suoi uomini, sottovoce.

<Forse. Manda Yuri a controllare.> ordinò lui, mentre il resto dei suoi uomini accesero dei lightstick luminosi per poter vedere meglio. Nel frattempo Steve e Yelena avevano approfittato del buio per dileguarsi e cambiarsi d’abito, indossando ognuno la propria divisa da combattimento.

Nel frattempo, il mercenario chiamato Yuri, a cui era stato ordinato di andare a verificare cosa avesse causato il blackout, scendeva nei sotterranei a controllare il contatore delle luci. Camminava di soppiatto, col fucile puntato e la luce della torcia ad illuminare ogni suo passo. Quando si avvicinò all’impianto, senti la canna di una pistola sulla nuca.

<Getta l’arma e non muoverti.> disse una voce, in un perfetto russo. Yuri eseguì l’ordine, lasciò a terra l’arma e alzò le mani, ma pochi secondo dopo, quando era convinto che il suo assalitore avesse abbassato la guardia, s’avvitò su se stesso, cercando di stendere il suo assalitore con una gomitata; questi però si rivelò molto più rapido, forse anche perché si aspettava una mossa del genere, e lo colpi prima ai reni, e poi alla mandibola, atterrandolo. Yuri, dolorante, alzò la testa e guardò colui che lo aveva steso lo riconobbe a causa di alcune descrizioni che aveva sentito.

<Tu sei ... credevo fossi una leggenda....>

Nel salone intanto, il cosiddetto Arbat lo chiamava via radio.

<Yuri. Yuri, rispondi, passo.> ma non ricevette nessuna risposta.

<Ma che caz... Sasha, Anatoly, andate a vedere.>

Approfittando della sua distrazione e dell’oscurità, la giovane Vedova Nera e l’ex Capitan America prendevano alle spalle gli uomini armati e li mettevano fuorigioco in modo silenzioso.

<Pensa agli altri. Lui è mio.> ordinò Steve sottovoce, dopo di che si lanciò all’attacco del capo dei terroristi. Lo colpì con un calcio volante, atterrandolo e facendogli cadere di mano sia il fucile che il detonatore. Uno dei suoi uomini sparò in sua direzione, mancandolo, ma pochi secondi dopo la Vedova Nera si avventò su di lui, mandandolo al tappeto con un preciso calcio alla testa. L’altro terrorista non fece appena in tempo a puntarle contro l’arma che Yelena lo stese con una scarica del taser contenuto nei sui bracciali.

Nel frattempo Arbat allungò la mano verso il telecomando e minacciò di usarlo, ma Rogers fu più rapido di lui: con la mano sinistra gli bloccò il polso, impedendogli di premere il pulsante che avrebbe attivato la detonazione, mentre con il destro lo colpi con un pugno fortissimo alla mascella. Tutti gli ostaggi erano a terra, con le mani in testa, terrorizzati. Dopo una rapida quanto acuta occhiata Steve constatò che non vi fossero feriti, dopodiché sollevò da terra Arbat  prendendolo per il bavero.

<So che lavori per Zakharov e magari non sei neanche Ceceno. Dimmi dov’è.> gli disse, a muso duro.

<Fottiti. Non parlerò mai, cane americano.> gli rispose l’altro.

Alle loro spalle arrivò Bucky, silenzioso come sempre.

<Ho trovato le bombe e le ho disinnescate, comandante.>

Arbat  cambiò espressione quando lo vide.

<Io.... ti conosco. Ho sentito parlare di te .... il tuo aspetto, il braccio bionico... t-tu sei... il Soldato d’Inverno.> esclamò terrorizzato. <Non… non è possibile, tu non esisti!>

Il Soldato d’Inverno sogghignò.

<Davvero?> si limitò a dire  <Allora di che hai paura?

<Durante la guerra, nel 91 ... si diceva che i Russi volevano impiegare te. Ho sentito i racconti della tue imprese ... tu sei ... la morte.>

<Hai proprio ragione, compagno> intervenne la Vedova Nera <E conosce molti modi per farti sciogliere la lingua. Vogliamo Zakharov e tu ci dirai dove si trova, o ti giuro che ti chiudo in una stanza con lui.>

Steve li osservò attentamente. Non era abituato ad agire così, e di certo non avrebbe mai permesso che un nemico venisse torturato, ma mentre suoi loro volti non trapelava la minima emozione, quello di Arbat divenne una maschera di sudore. Il bluff (o almeno, lui sperava fosse un bluff) stava funzionando.

 

 

Sede dei Vendicatori Segreti

 

Il Soldato d’Inverno sedeva con il volto chino e stringendosi le mani. Sussultò appena quando sentì una mano posarsi sulla sua spalla destra.

<Stai bene?>gli chiese Steve Rogers sedendosi accanto a lui.

<Si… penso di si.> rispose lui con voce non molto convinta.

<Quel tipo ha cantato come un usignolo.> continuò Steve <Ci ha detto tutto, compreso dove trovare Zakharov e con lui anche Sharon e Nomad. Li libereremo finalmente. Stiamo verificando le sue informazioni, ovviamente, ma crediamo che abbia detto la verità. Ci ha detto anche i il suo vero nome: Mikhail Lermontov, un ex spetnaz[10]divenuto mercenario. I ribelli ceceni non c’entravano nulla con questa faccenda ovviamente. Siamo stati fortunati ad imbatterci in qualcuno che aveva sentito parlare di te ed era rimasto spaventato da quello che gli avevano raccontato.>

 <Bella fama, quella di una macchina morte. Solo l’idea che potessi torturarlo è bastata a convincerlo a parlare.> Alzò gli occhi verso Steve  e disse, con un accento quasi disperato <Non l’avrei torturato Steve.> disse <So che in passato l’avrei fatto… l’ho fatto… senza esitare… ma adesso… non chiedermi perché ma so che è sbagliato.>

<È la tua vera natura, Bucky… alla fine sta venendo fuori, come sapevo che sarebbe successo.>

<E chi è Bucky? Chi sono io? Un assassino spietato o che altro? Come posso andare avanti con tutto quel l sangue innocente sulle mie mani? Come potrò mai fare ammenda?>

<Il fatto che tu te lo chieda dimostra che tu non sei più o stesso uomo, la spietata macchina di morte in cui ti avevano mutato. Non eri responsabile più di quanto una pistola lo sia quando qualcuno preme il grilletto. Chi ti ha fatto questo.. loro sono i veri responsabili.  Ora per fortuna il vero Bucky Barnes sta tornando.>

<Il vero Bucky Barnes… è ancora un mezzo estraneo per me e chissà se riuscirò mai a ritrovarlo.>

<Devi avere fiducia Bucky… Io ce l’ho… io ho fiducia in te amico.>

Il soldato d’Inverno guardò ancora una volta quell’uomo dal sorriso aperto e franco e lesse nei suoi occhi l’assoluta fede in quello che aveva appena detto.

<Chi sei davvero tu, Steve Rogers?>

Steve fece una breve risata e rispose:

<Te l’ho detto: un amico… uno che non ti abbandonerà…  mai più.>

 

La seduta psichiatrica era stata spossante come sempre e lui sentiva il bisogno di rilassarsi in qualche modo. Per qualche motivo non gli andava di usare la palestra, forse avrebbe trovato un altro modo per rilassarsi. Da quanto tempo non vedeva un buon film? Neanche lo ricordava. Raggiunse la saletta delle riunioni fissò lo schermo.  Serviva per le comunicazioni, lo sapeva, ma poteva avere anche altri usi.

Fece una breve ricerca e poi trovò qualcosa che era di suo gradimento. Spense le luci  e si sistemò su una poltroncina. Davanti a lui ecco scorrere delle immagini in bianco e nero e con esse la voce fuori campo di uno speaker:

<<… immagini del supersoldato americano, Capitan America ed il suo fidato compagno Bucky mettono ancora una volta in fuga i crucchi. Nulla ostacola la marcia verso Parigi…>>

L’uomo con la maschera con le alucce aveva un sorriso sicuro, un sorriso che lui conosceva.

Il ragazzo ammicca verso la macchina da presa. È spavaldo, spensierato, i giorni bui sono ancora lontani. Iniziava a riconoscere anche lui: Bucky Barnes stava lentamente tornando a casa.

 

 

FINE

 

 

NOTE DEGLI AUTORI

 

 

Non c’è molto da dire su quest’episodio, se non che avete avuto la prova che Aleksandr Lukin non ha bisogno di indossare una maschera da teschio per procurare problemi a Steve ed al suo gruppo. Stavolta  si è trovato dalla loro parte, ma la prossima? Lo scoprirete prima di quanto vi aspettiate.

Nel prossimo episodio… qual è il segreto dietro la “resurrezione” di Zakharov e potranno i Vendicatori Segreti fermare i suoi folli piani? Per saperlo non avete che un modo. Vi aspettiamo.

 

 

Carlo & Carmelo



[1] In Capitan America MIT #42.

[2] Natalia Alianovna Romanova, altrimenti nota come Natasha Romanoff, ovvero la prima Vedova Nera.

[3] Il Servizio Informazioni delle Forze Armate Russe.

[4] Vedi Steve Rogers: Supersoldier MIT #1/3.

[5] Così è chiamata nella sua lingua madre la mafia russa.

[6] Vorremmo davvero dirvi di più, ma non possiamo: Zakharov fa troppa paura anche a noi. -_^

[7] Molto tempo fa in Captain America Vol. 1° #148 (Prima edizione italiana Capitan America, Corno, #60).

[8] In Occhio di falco MIT #8

[9] In Avengers Vol. 1° # 22, novembre 1965.

[10] Le forze speciali russe